ARTICOLO – Pubblicato il: 9 marzo 2015 – Da: G. Manzana E. Iori
Dalla situazione patrimoniale ed economica del bilancio è possibile effettuare delle rielaborazioni (dalle semplici riclassificazioni, fino ad arrivare al rendiconto finanziario) necessarie per ottenere informazioni utili sulla gestione passata dell’impresa e per pianificare quella futura. Particolare significato vengono assumere le grandezze quali il capitale circolante netto (CCN), l’attivo commerciale netto c.d. Net Working Capital (NWC) e il margine operativo lordo (MOL) sia come dato dell’anno che come variazione.
RICLIASSIFICAZIONE DELLO STATO PATRIMONIALE
La struttura dello stato patrimoniale imposta dal codice civile si ispira a un criterio ibrido di difficile interpretazione.
Al fine di dare informazioni circa:
– la struttura finanziaria dell’impresa (rapporto tra debito e patrimonio netto, identificazione delle fonti di raccolta),
– la composizione del capitale di investimento (rapporto tra investimenti strutturali e circolari, impiego delle risorse raccolte), e
– l’equilibro nel rapporto tra fondi (passive del bilancio) e impieghi dell’attivo si ritiene possa essere conveniente procedere ad una riclassificazione del bilancio.
La base di partenza è rappresentata dalla contrapposizione tra la
– sezione destra, che esprime le fonti di raccolta delle attività, con
– sezione sinistra, che rappresenta le destinazioni (impieghi) definitive di tale fonti.
Gli schemi di riclassificazione, presentati in sezioni contrapposte, sono riconducibili a due modelli:
1. criterio c.d. finanziario
le voci attive e passive dello stato patrimoniale vengono classificate con riferimento all’attitudine o meno delle voci stesse a divenire liquide ed esigibili nell’arco dei dodici mesi successivi
2. criterio c.d. funzionale
le voci di bilancio sono classificate tenendo conto del loro inserimento nelle diverse aree gestionali, distinguendo soprattutto la gestione operativa da quella finanziaria
1. La riclassificazione secondo il criterio finanziario
La riclassificazione dello stato patrimoniale in base a questo criterio presuppone che le poste vengano classificate secondo il grado di liquidità e di esigibilità, distinguendo cioè le singole voci a seconda della loro più o meno breve “permanenza” all’interno dell’impresa.
Questo metodo, utile per le analisi dell’equilibrio tra tipi di impieghi (a breve e a lungo termine) e tipi di finanziamento (a breve e consolidati), trova impiego nelle analisi volte a valutare la solvibilità a breve termine dall’azienda. In altre parole, permette di valutare la capacità dell’azienda di far fronte agli impegni.
ATTIVO IMMOBILIZZATO
Comprende le voci relative alle immobilizzazioni (ad eccezione delle azioni proprie, più opportunamente da portare in diminuzione del patrimonio netto) ovviamente al netto dei relativi fondi di ammortamento e di tutte le eventuali poste rettificative. Si tratta quindi degli investimenti a lunga permanenza nell’impresa. Si può distinguere tra:
– immobilizzazioni tecniche (sono compresi in questa categoria gli immobili civili e quelli strumentali; i primi, stante il presumibile superiore rado di liquidità, potrebbero essere considerati alla stregua di attività disponibili),
– immobilizzazioni finanziarie (che potrebbero comprendere anche eventualidisaggi su prestiti), e
– immobilizzazioni immateriali
ATTIVO CIRCOLANTE
Comprende le rimanenze, i crediti, le attività finanziarie non costituenti immobilizzazioni (eccetto le azioni proprie), le disponibilità liquide e i ratei e risconti attivi (ovviamente per la sola quota parte relativa agli importi esigibili entro l’esercizio successivo, dovendo considerarsi quelle in scadenza più protratta alla stregua di immobilizzazioni).
Sono quindi considerate tali quelle attività di facile e rapido realizzo (o rotazione), che possono così distinguersi:
– liquidità immediata comprende le sole disponibilità liquide potenzialmente trasformabili in moneta in tempi molto rapidi (ad es. titoli di facile realizzabilità);
– liquidità differite, che comprendono i crediti, le attività finanziarie e i ratei e risconti;
– disponibilità che accolgono i valori del magazzino.
Il magazzino è la voce meno “liquida” tra quelle considerate. La possibilità per l’azienda di trasformare in liquidità le scorte dipende infatti dalla sua capacità di vendere tali scorte in tempi brevi e di incassarne il prezzo. Si tratta di una manovra che potrebbe non essere agevole, vuoi per il tipo di prodotto vuoi per il rischio di compromettere la continuità del processo produttivo.
Gli anticipi a fornitori per acquisti di merci devono essere correttamente computati in aumento delle scorte, poiché si tratta di importi che si trasformano in scorte entro breve. Per lo stesso motivo, dal magazzino deve sottrarsi quanto ricevuto dai clienti a titolo di acconto su ordini di prossima evasione.
PATRIMONIO NETTO
Accoglie le voci relative al patrimonio netto, opportunamente ridotte delle azioni proprie (anche se queste potrebbero rimanere a formare le poste dell’attivo immobilizzato, in quanto espressione di un precisa scelta di destinazione dell’impresa, che ha evidentemente voluto investire in questo modo con quote di utile regolarmente formate e accantonate). Si tratta pertanto di poste legate all’azienda in modo pressoché permanente, con l’esclusione delle riserve, di cui l’assemblea potrebbe deliberare la distribuzione, e del risultato di esercizio che, nel caso sia positivo, potrebbe essere distribuito. La quota di utile di esercizio destinato alla distribuzione va in effetti evidenziata tra le passività a breve termine.
PASSIVITA’ A MEDIO – LUNGO PERIODO
Sono ricompresi
– i debiti da rimborsarsi non prima di un anno,
– il trattamento di fine rapporto, almeno per la quota non in scadenza nei 12 mesi e
– i fondi per rischi e oneri, se non direttamente imputabili a voci dell’attivo, nonché
– le quote relative ad aggio sui prestiti.
PASSIVITA’ A BREVE TERMINE
Comprendono
– la quota parte dei debiti da estinguersi entro l’anno dalla data di riferimento del bilanci
– i ratei e risconti ed eventualmente la quota parte dei fondi (TFR e rischi ed oneri) in scadenza entro i dodici mesi,
– i debiti tributari, almeno per quanto attiene gli impegni da onorare nei confronti dell’Erario entro pochi mesi dalla scadenza dell’esercizio.
Sarebbe opportuno individuare quelle voci di debito facilmente rinnovabili alla scadenza: per esse infatti la catalogazione tra le passività a breve termine potrebbe essere discutibile: è il caso delle aperture di credito in conto corrente, di fatto rinnovabili, a condizione che l’andamento aziendale non sia tale da indurre qualche preoccupazione nell’intermediario.
La differenza tra le attività circolanti e le passività a breve termine determina il capitale circolante netto (CCN), cui spesso si assegna un significato improprio ai fini dell’analisi.
Si è soliti infatti distinguere due casi:
– se il capitale circolante netto è positivo (e quindi le attività a breve superano le passività a breve), l’impresa è presumibilmente in grado di fare fronte ai prossimi impegni in scadenza senza intaccare l’attivo immobilizzato e senza dover accedere a nuovo indebitamento. Tale dato a prima vista andrebbe considerato in modo positivo, nel senso che da indicazione che per fronteggiare gli impegni relativi alle prossime scadenze, l’impresa dispone della liquidità riveniente dalle attività a breve scadenza.
– se il capitale circolante netto è negativo (e quindi le attività a breve sono inferiori alle passività a breve), l’impresa potrebbe avere difficoltà a fare fronte agli impegni di prossima scadenza. Tale dato a prima vista andrebbe considerato in modo negativo, nel senso che, per fronteggiare gli impegni relativi alle prossime scadenze, all’azienda non è sufficiente la liquidità riveniente dalle attività disponibili, rendendosi necessario realizzare parte dell’attivo immobilizzato, con pesanti conseguenze in termini di tempi di realizzo e di operatività futura.
Queste affermazioni si ritiene siano in parte criticabili, perché sembrano assegnare valore eccessivo al concetto di scadenza, oggi assolutamente privo del suo probabile significato originario. In particolare, è assai poco probabile che si verifichi la effettiva necessità di onorare gli impegni di cui alle voci del passivo a breve termine, stante la loro capacità di “rinnovarsi” continuamente quindi di fatto non obbligando mai ad un effettivo realizzo delle attività corrispondenti.
E’ piuttosto vero invece che il significato del CCN>O sia da considerare positivo in quanto la logica conseguenza è che è che il valore dell’attivo immobilizzato e inferiore del valore del passivo a medio/lungo termine aumentato del patrimonio netto: principio molto caro alla stragrande maggioranza degli analisti, i quali guardano con timore l’impresa che ricorra ad investimenti durevoli per il tramite di fonti di raccolta diverse dal patrimonio netto e, in subordine, dal passivo a medio/lungo termine.
E’ questo un principio condivisibile, in quanto l’attivo immobilizzato è generatore di tensione finanziaria (richiede un impegno all’esborso immediato, a fronte di benefici effetti monetari diluiti nel tempo per il tramite del “recupero” sugli ammortamenti).
2. La riclassficazione secondo il criterio funzionale
La riclassificazione dello Stato Patrimoniale eseguita secondo il criterio funzionale mira da un lato al superamento del principio rigoroso di scadenza delle voci, tipico della riclassificazione precedente, e dall’altra all’identificazione delle fonti di raccolta distinte tra finanziarie e patrimonio netto, a ben evidenziare l’alternatività tipica cui si trova di fronte l’impresa nel momento in cui necessita di risorse finanziarie (e quindi deve operare la scelta tra mezzi propri e mezzi di terzi).
Tale riclassiflcazione può essere condotta a due livelli, a seconda del grado di complessità dell’attività dell’azienda indagata da un lato e della importanza della gestione accessoria dall’altro.
Ad un primo livello la distinzione tra le singole categorie di voci può essere operata nel modo seguente:
Stato patrimoniale riclassificato secondo il criterio funzionale
ATTIVO IMMOBILIZZATO (1)
ATTIVO COMMERCIALE NETTO (2)
LIQUIDITÀ (3)
ATTIVITÀ ACCESSORIE
PATRIMONIO NETTO (4)
PASSIVO COMMERCIALE (5)
PASSIVO FINANZIARIO (6)
In una seconda fase, si potrebbero compattare le voci relative alla liquidità (che verrebbe portata in diminuzione del passivo finanziario), del capitale commerciale (con le passività portate in riduzione delle attività), così giungendo alla seguente formulazione sintetica:
Stato patrimoniale riclassificato secondo il criterio funzionale
ATTIVO IMMOBILIZZATO (1)
ATTIVO COMMERCIALE NETTO (2-5)
c.d. Net Working Capital (NWC)
ATTIVITÀ ACCESSORIE
PATRIMONIO NETTO (4)
POSIZIONE FINANZIARIA NETTA (6-3)
In questo seconda fase la compattazione delle voci agevola l’analisi successiva, ma ovviamente potrebbe fare perdere informazioni di rilievo: è pertanto consigliabile procedere in sequenza, e se del caso evitare di compattare le voci relative alla gestione commerciale e alla liquidità- passivo finanziario, nel caso possa ritenersi utile una loro esposizione separata.
Si noti che in entrambi i casi vengono comunque evidenziate le attività accessorie, espressione di quegli impieghi di risorse non strettamente collegati all’attività operativa dell’impresa (così, ad esempio, sarà da considerarsi operativo l’impiego in un fabbricato adibito alla produzione delle merci oggetto dell’attività, ed invece extra-operativo un fabbricato civile utilizzato dall’impresa con il solo fine di produrre reddito addizionale).
ATTIVO IMMOBILIZZATO E PATRIMONIO NETTO
Hanno la stessa natura di quelli esaminati a riclassiflcazione precedente, ad eccezione del fatto che il valore del trattamento di fine rapporto, del trattamento di quiescenza e gli altri fondi relativi alle immobilizzazioni (ad es. un fondo per il rinnovamento degli impianti) vengono portati in diminuzione del valore delle immobilizzazioni (si potrebbe anche considerare tali fondi tra le componenti del passivo commerciale, ma poiché la loro natura è in genere di passività consolidata, si ritiene utile inserirle tra le immobilizzazioni).
ATTIVITA’ ACCESSORIA
Accoglie le voci di impiego relative ad investimenti estranei dalla gestione tipica dell’impresa; potrebbe pertanto accogliere voci tipicamente immobilizzazioni non operative (ad esempio una partecipazione “speculativa” o fabbricati non di uso: industriale) o anche attività finanziarie che non abbiano natura di immobilizzazione, ma che comunque non siano considerabili alla stregua di una liquidità immediata generatrice di proventi finanziari imputabili appunto alla gestione finanziaria del conto economico.
ATTIVO COMMERCIALE NETTO
Accoglie la differenza tra le componenti di attivo circolante relative a rimanenze, crediti (a prescindere dalla loro scadenza e con inclusione delle sole componenti legate a rapporti commerciali) e ratei e risconti (con esclusione del disaggio su prestiti, che ha natura di attivo immobilizzato) da un lato e acconti, debiti verso fornitori, debiti rappresentati da titoli di credito (se commerciali), verso imprese controllate, collegate e controllanti (se relativi a rapporti commerciali) debiti tributari, debiti verso istituti di previdenze e di sicurezza sociale, altri debiti commerciali e ratei e risconti dall’altro (con esclusione dell’aggio su prestiti, che ha natura di passivo finanziario).
POSIZIONE FINANZIARIA NETTA
Accoglie le voci relative a obbligazioni (anche convertibili) debiti v/banche, debiti verso altri finanziatori, altri debiti di natura finanziaria eventualmente anche rappresentati da titoli di credito, aggio su prestiti, al netto di attività finanziarie che non costituiscono immobilizzazioni, disponibilità liquide ed eventualmente del disaggio su prestiti.
Sia l’attivo commerciale netto che il passivo finanziario possono assumere valore positivo o negativo.
L’ATTIVO COMMERCIALE NETTO c.d. Net Working Capital (NWC)
– attivo commerciale netto > O (se quindi l’attivo commerciale supera il passivo commerciale) esprime il fabbisogno di risorse da reperire, principalmente sui mercati finanziari, per fronteggiare l’esigenza di finanziamento generata dall’attività di acquisto/trasformazione/vendita; in pratica, in questo caso, a prescindere dalle voci generalmente di minore rilievo, l’investimento in crediti verso la clientela e il magazzino supera il finanziamento ottenuto da fornitori.
– un attivo commerciale netto < O (se quindi il passivo commerciale superala l’attivo commerciale) esprime l’eccedenza di risorse che è possibile impiegare in altri ambiti gestionali, da quelli più tradizionali per il rafforzamento dell’attività operativa (ad esempio incrementando le immobilizzazioni realizzando nuovi investimenti) a quelle ritenute pro-tempore più convenienti.
Il valore dell’attivo commerciale netto è di notevole interesse non solo nella sua definizione puntuale, ma anche considerando la variazione intervenuta da un periodo all’altro; calcolando la variazione di attivo commerciale netto (definita anche variazione di capitale commerciale, o di capitale circolante in senso stretto, per distinguerla da quella ottenuta con la riclassificazione precedente) si ottiene infatti una immediata percezione:
– delle risorse investite, se l’attivo commerciale netto è aumentato: se infatti cresce nel periodo, l’impresa è obbligata a reperire (e a pagare) le risorse finanziarie necessarie alla copertura del fabbisogno. Un tipico esempio di aumento dell’attivo commerciale netto si riscontra nelle imprese in crescita: in questo caso infatti l’espansione dell’attività potrebbe provocare un aumento dei crediti verso clienti e del magazzino, solo in parte compensata dall’aumento dei debiti nei confronti dei fornitori. L’impresa sarebbe pertanto obbligata a reperire, tipicamente sul mercato dei capitali, le risorse sufficienti a coprire il fabbisogno generato dalla crescita;
– delle risorse disinvestite, se l’attivo commerciale netto è diminuito: vale in questo caso un ragionamento simmetrico al precedente, nel senso che la riduzione dell’attivo commerciale netto consente all’impresa di liberare risorse finanziarie. La riduzione potrebbe essere positivo sintomo di una accresciuta capacità contrattuale nei confronti dei clienti e dei fornitori, che si trasforma in una riduzione dei tempi di incasso e in un allungamento di quelli di pagamento, ma anche preoccupante segnale di una riduzione del volume di attività, con conseguente alleggerimento degli impegni nei confronti di clienti e fornitori, e con progressivo svuotamento del magazzino.
POSIZIONE FINANZIARIA NETTA
– se il passivo finanziario è > O, ciò evidenzia il necessario ricorso al finanziamento esterno per fare fronte al fabbisogno generato dall’attività, sia sotto forma di immobilizzazioni che eventualmente di attivo commerciale (si tratta ad evidenza dell’ipotesi più frequente)
se il passivo finanziario è < O, ciò evidenzia la capacità dell’impresa di generare risorse finanziarie eccedenti destinabili ad investimenti di altra natura, quali tipicamente liquidità ovvero impieghi di tipo “accessorio”.
RICLIASSIFICAZIONE DEL CONTO ECONOMICO
Di seguito vengono presentate tre modalità di riclassificazione del conto economico, di notevole diffusione anche a livello internazionale, e cioè:
1. Conto economico a ricavi netti e costo del venduto;
2. Conto economico a valore della produzione e valore aggiunto;
3. Conto economico a ricavi e margine di contribuzione.
1. Conto economico a ricavi netti e costo del venduto
Lo schema è il seguente:
CONTO ECONOMICO A RICAVI NETTI E COSTO DEL VENDUTO
+ Ricavi netti
– Costo del Venduto
+ rimanenze iniziali (indipendentemente dalla tipologia)
+ costi della produzione per materie prime
+ costi per servizi acquisiti per l’esercizio dell’attività produttiva
+ costi per il godimento di beni di terzi impiegati nell’attività produttiva
+ costi del personale coinvolto nell’attività produttiva
+ ammortamenti e svalutazioni di beni legati all’attività produttiva
+ accantonamenti per rischi e altri accantonamenti legati all’attività produttiva
+ oneri diversi di gestione legati all’attività produttiva
– variazioni dei lavori in corso
– incrementi di immobilizzazioni per lavori interni
– rimanenze finali (indipendentemente dalla tipologia)
= Risultato Industriale
– costi generali e amministrativi
– costi commerciali e distributivi
= Reddito Operativo
+o – risultato della gestione finanziaria
+o – risultato della gestione accessoria
+o – risultato della gestione straordinaria
= Reddito Ante Imposte
– Gestione fiscale
= Reddito Netto
Grazie a tale schema è possibile evidenziare in maniera particolareggiata tutte le aree gestionali, vale a dire:
gestione operativa
Comprende tutte i costi e ricavi inerenti i processi di acquisizione, trasformazione, vendita dei prodotti e/o servizi tipici dell’attività aziendale;
gestione accessoria
Ha per oggetto tutte quelle attività svolte con continuità ma estranee alla gestione tipica dell’impresa (è tipico il caso della riscossione di affitti attivi su immobili non strumentali all’esercizio di impresa, dove il concetto di strumentalità deve essere inteso non in senso fiscale, quanto in senso operativo, e quindi in questo caso fare riferimento al fatto che l’attività operativa può essere svolta anche a prescindere dalla disponibilità di tali immobili; un altro tipico esempio è costituito dalla gestione degli investimenti finanziari, quando questi non appartengono all’ambito dell’attività operativa dell’impresa;
gestione finanziaria
E’ rappresentata dai costi e dai ricavi collegati alla struttura dei finanziamenti e degli investimenti aziendali, ossia dagli oneri e dai proventi finanziari (tipicamente interessi passivi su conti correnti o su mutui in essere, ovvero interessi attivi sulla liquidità impiegata);
gestione straordinaria
Ha per oggetto quelle operazioni che determinano componenti di costo o di ricavo la cui manifestazione non ha carattere di prevedibilità e di ricorrenza, in genere quindi non attribuibili alle combinazioni produttive dell’esercizio (ad esempio plus e minusvalenze o ancora sopravvenienze attive o passive);
la gestione fiscale
Da intendersi come l’insieme del carico fiscale relativo alle sole imposte sul reddito, trovando le altre posizioni nei confronti dell’erario naturale allocazione tra gli oneri di carattere più specificatamente operativo.
Tale rilassificazione, interessa in modo particolare le imprese che svolgono un’attività produttiva, di trasformazione industriale, ed è invece di scarso imparo per aziende di servizi o commerciali. Attraverso la presente riclassificazione si vuole cercare di capire, infatti, l’incidenza del costo della produzione venduta, nonché della gestione commerciale e amministrativa.
Le singole categorie di voci sono composte, ricordando lo schema di cui all’art. 2425 c.c., nel modo seguente:
Ricavi netti
Comprendono ricavi delle vendite e delle prestazioni, espressi al netto di eventuali elementi correttivi quali abbuoni, sconti e ribassi;
Costo del venduto
Il costo del venduto esprime il costo dei fattori produttivi utilizzati per ottenere il prodotto posto sul mercato ed è costituito dalla somma algebrica delle seguenti voci:
+ rimanenze iniziali (indipendentemente dalla tipologia)
+ costi della produzione per materie prime
+ costi per servizi acquisiti per l’esercizio dell’attività produttiva
+ costi per il godimento di beni di terzi impiegati nell’attività produttiva
+ costi del personale coinvolto nell’attività produttiva
+ ammortamenti e svalutazioni di beni legati all’attività produttiva
+ accantonamenti per rischi e altri accantonamenti legati all’attività produttiva
+ oneri diversi di gestione legati all’attività produttiva
– variazioni dei lavori in corso
– incrementi di immobilizzazioni per lavori interni
– rimanenze finali (indipendentemente dalla tipologia)
Gli incrementi di immobilizzazioni per lavori interni sono una tipica voce il cui significato contabile e economico è indiscutibile, ma la cui influenza in sede di analisi potrebbe essere eccessiva, poiché si rischia di non riuscire a neutralizzare l’effetto dei costi operativi sostenuti in modo ed esauriente. Si noti che un’eventuale svalutazione/rivalutazione di partecipazioni considerata operativa e finalizzata all’esercizio
dell’attività produttiva dovrebbe essere inserita tra gli elementi di composizione del costo del venduto, così come un ricavo generato da una partecipazione operativa potrebbe essere assimilato ai ricavi di vendita tradizionali (in realtà vi sono voci di conto economico la cui imputazione è assai poco chiaramente definibile con certezza);
RISULTATO INDUSTRIALE
Di notevole importanza per l’analisi, esprime la capacità o l’incapacità dell’impresa, relativamente all’area gestionale di pertinenza, di svolgere in modo conveniente l’attività di trasformazione, e quindi di generare risorse sufficienti a sostenere gli oneri indotti dalla gestione amministrativa e commerciale, nonché a remunerare i prestatori e i sottoscrittori di capitale (oltre che ovviamente a far fronte alle gestioni accessoria, straordinaria e fiscale).
Un risultato industriale negativo esprime la probabile incapacità dell’impresa di stare sul mercato a condizioni vantaggiose, ed è tipico di situazioni in cui ad esempio al calo del fatturato non si è riusciti a porre rimedio attraverso un’adeguata e corrispondente contrazione degli oneri di trasformazione. Ciò è tutt’altro che improbabile, perché sono proprio gli oneri di produzione quelli più frequentemente caratterizzati da condizioni di rigidità (i c.d. costi dello stabilimento) che se in periodi di congiuntura positiva consentono all’impresa di generare margini via via crescenti (perché la loro crescita è in genere meno che proporzionale), altrettanto in periodi di tensione sul fatturato ribadiscono la loro sostanziale staticità provocando appunto una forte contrazione del risultato industriale. L’ipotesi di un risultato industriale minore di zero è quindi al contempo monito e stimolo per il management dell’impresa, costretto a rivedere analiticamente le procedure di acquisto/trasformazione/vendita che hanno condotto ad un simile risultato;
Costi generali e amministrativi
Comprendono costi per servizi, per il godimento di beni di terzi, del personale, ammortamenti e svalutazioni, accantonamenti per rischi e altri accantonamenti, oneri diversi di gestione tutti imputabili all’area amministrativa e delle spese generali (sono genericamente definibili come i costi “d’ufficio”). L’imputazione corretta di tali voci implica ovviamente la disponibilità degli opportuni riferimenti contabili;
Costi commerciali e distributivi
Comprendono costi per servizi, per il godimento di beni di terzi, del personale, ammortamenti e svalutazioni, accantonamenti per rischi e altri accantonamenti, oneri diversi di gestione tutti imputabili all’area commerciale e distributiva (sono genericamente definibili come i costi di vendita, e anche in questo caso è necessaria una loro possibile identificazione “contabile”);
REDDITO OPERATIVO
E’ sicuramente l’indicatore che meglio sintetizza la capacità di svolgere in modo conveniente la propria attività tipica; valori di RO>O esprimono la superiorità dei ricavi operativi rispetto all’insieme dei costi coinvolti nell’attività tradizionale, e quindi prescindendo dall’esercizio di eventuali attività accessorie, dal conseguimento di oneri/proventi straordinari, dalla destinazione di impiego ovvero dalla raccolta di capitale finanziario (sintetizzato nella gestione finanziaria) e dal peso delle imposte sul reddito. Ovviamente non significa che un RO>O sia sufficiente a remunerare in modo adeguato il capitale di rischio attraverso il reddito netto; è piuttosto vero il contrario, e quindi che un RO<O deve rappresentare un importante elemento di valutazione delle scelte aziendali. Se a tale risultato hanno contribuito elementi di forte contingenza (ad es. repentine fluttuazioni nei prezzi di acquisto ovvero di vendita) si può ragionevolmente pensare che la situazione possa rapidamente cambiare; livelli di RO non casualmente negativi devono invece portare a più serie e definite riflessioni sulla compatibilità dell’area di attività esercitata, e se del caso anche ad una riconversione da parte dell’impresa.
Il reddito operativo rappresenta un elemento di grande rilievo nel confronto tra aziende operanti negli stessi comparti: valori di RO più elevati (in percentuale sul fatturato, o sul capitale investito) evidenziano la migliore capacità competitiva dell’ impresa, che potrebbe peraltro essere vanificata per la remunerazione del capitale finanziano. Redditi operativi molto elevati sono in genere caratteristici di alcuni tipi di aziende, tra cui quelle industriali con ingenti capitali investiti. D’altro canto esistono aziende che possono permettersi un reddito operativo negativo in quanto la loro attività le porta a conseguire redditi attraverso la gestione finanziaria (ad esempio le imprese della grande distribuzione).
In condizioni di acquisto e di vendita normali il reddito operativo esprime il reddito che l’impresa produce dalla sua attività caratteristica a prescindere da come essa sia finanziata.
Quando, peraltro, l’impresa concede più credito del normale o utilizza più debiti commerciali rispetto al normale il reddito operativo risente molto delle componenti finanziarie. In particolare si possono presentare due situazioni:
il maggior credito commerciale concesso o goduto genera un incremento dei ricavi o dei costi (per gli oneri finanziari impliciti contenuti) che si riflette sul reddito operativo stesso; in altri termini, l’impresa che vende con forti dilazioni di pagamento, e che riesce a farsi riconoscere questa posizione dal cliente, registrerà ricavi superiori al normale, e di conseguenza avrà un maggiore livello di reddito operativo;
il maggior credito commerciale concesso o goduto non genera incrementi di ricavi o di costi (per il potere contrattuale dei clienti o dell’impresa nei confronti dei suoi fornitori), per cui a parità di reddito operativo si modificherà il reddito netto a causa rispettivamente di maggiori o minori oneri finanziari (in pratica se l’impresa non riesce a modificare il valore della vendita con pagamento dilazionato, si troverà a dover fare fronte ad un maggiore livello di oneri finanziari).
Ciò porta di fatto ad una commistione tra le gestioni operativa e finanziaria, di cui si è già detto parlando delle rilcassificazioni dello stato patirmoniale, che spesso genera qualche problema interpretativo in fase di analisi.
Risultato della gestione finanziaria
Tale valore accoglie con segno positivo o negativo a seconda dei casi i proventi e gli oneri finanziari.
Si tratta di un risultato molto importante, che esprime la capacità dell’impresa di fare fronte alle scelte di raccolta ed eventualmente di impiego delle risorse finanziarie in modo conveniente, vale a dire privilegiando quelle forme la cui onerosità ovvero il tasso di rendimento si presenta come più conveniente. La gestione finanziaria è spesso fonte di distorsioni nell’analisi di bilancio, per il verificarsi di alcuni fenomeni; sarebbe infatti opportuno distinguere:
gli oneri finanziari derivanti dalle scelte di statura finanziaria, e quindi dalla maggiore o minore incidenza dell’indebitamento (in genere, mutui o finanziamenti a fronte di investimenti in immobilizzazioni);
gli oneri finanziari derivanti dal fabbisogno generato dalIa normale e ricorrente attività di acquisto-trasformazione-vendita: questi sono giustamente censiti come oneri finanziari; in sede di analisi però, ed eventualmente di comparazione con i risultati di precedenti periodi, si dovrebbe ricordare la loro natura operativa, e quindi la loro diretta influenza sulla determinazione del reddito operativo. Ad esempio, accade che alcune operazioni di acquisto/vendita vengano concordate a prezzi diversi da quelli correnti per compensare le maggiori dilazioni. Nel caso di una cessione di servizi con forte dilazione di pagamento, l’azienda venditrice contabilizzerà minori redditi finanziari (o maggiori oneri, se già comunque indebitata) rispetto a quelli che avrebbe registrato se l’operazione fosse stata regolata per contanti, l’azienda acquirente invece contabilizzerà maggiori oneri finanziari (o minori oneri, se già comunque indebitata).
Un’altra situazione che genera difficoltà interpretative riguarda la presenza di canoni di leasing: tali canoni infatti incorporano tanto la componente di ammortamento che quella di onere finanziario, ma vengono iscritti per intero tra i costi operativi. E evidente che il confronto tra due aziende, delle quali solo una facesse ricorso ai contratti di leasing, sarebbe in parte fuorviante se non tenesse in conto anche questo fenomeno (al riguardo una possibile soluzione è rappresentata dalla scissione del canone nelle due componenti di quota interessi e quota capitale, con quest’ultima assimilata a costo di natura operativa; in pratica parte del canone di leasing verrebbe estrapolato dalla voce spese per il godimento di beni di terzi e diversamente allocato).
Un altro caso di difficile interpretazione del valore degli oneri finanziari riguarda le differenze di cambio; sulle monete corrono infatti tassi di interesse sostanzialmente diversi, a fronte dei quali vi sono anche prospettive di variazione del rapporto di cambio. Così, se un’azienda si finanziasse contraendo un debito denominato in una valuta su cui gravano interessi contenuti, dovrebbe di norma alla scadenza registrare la presumibile perdita su cambi subita alla stregua di onere finanziano.
Risultato della gestione accessoria
Accoglie la voce relativa ad alti ricavi e proventi, con esclusione dei contributi in conto capitale (che, se presenti con carattere di straordinarietà, come presumibile, a tale gestione andrebbero ricondotti) ed eventualmente i costi a tali ricavi collegati, che andranno estrapolati tra le categorie di costi operativi di cui sopra; inoltre, a tale gestione vengono imputate le risultanze economiche (rivalutazioni e svalutazioni comprese) di quegli impieghi la cui natura è definibile come non collegata all’attività operativa dell’impresa.
La gestione accessoria dovrebbe accogliere quindi componenti di scarso peso relativo sulle altre voci di conto economico: qualora si riscontrasse il contrario, sarebbe opportuno procedere ad un’indagine riguardo alla capacità di affrontare ambiti operativi ormai anche molto diversi da quelli tradizionali. Ciò quindi a ricordare che un peso elevato della gestione accessoria e dei suoi componenti non deve a priori essere rigettato, ma certo implica la capacità di svolgere operazioni diverse a quelle classiche di acquisto-trasformazione e vendita, e forse denota che con il passare del tempo si è realizzata una sorta di inversione tra quella che erano le attività operativa e accessoria, con una prevalenza di quest’ultima, la quale ragionevolmente deve allora considerarsi la “vera” attività operativa (è il caso delle imprese per le quali nel tempo assume rilievo l’investimento immobiliare, e che si trovano appunto a svolgere tale attività con preminenza, o di quelle che sfruttando ad esempio condizioni vantaggiose negli elementi di incasso e pagamento realizzano la possibilità di destinare ingenti somme a investimenti di vario tipo, non collegati con l’attività tradizionale).
Risultato della gestione straordinaria
Le voci di cui ai punti 20 e 21 dello schema di conto economico, e quindi proventi e oneri straordinari. Benché tale aggettivo lasci presumere l’assoluta eccezionalità di tali poste, è raro trovare un bilancio che ne sia privo.
Volendo esaminare in maniera corretta la natura delle voci che le compongono, si potrebbe sostenere che plusvalenze e minusvalenze di fatto esprimono la scorrettezza delle politiche di ammortamento adottate negli anni precedenti, soprattutto se la loro entità è elevata e la loro presenza sistematica, e quindi si dovrebbe giungere ad un “ripensamento” delle politiche di ammortamento (sottinteso, dal punto di vista civilistico).
Quanto alle sopravvenienze attive o passive, esse sono spesso collegate al venire meno di posizioni rispettivamente debitorie ovvero creditorie, e forse sarebbe più opportuno ricondurne la destinazione tra le componenti di carattere operativo, anche se si tratta di una prassi assolutamente poco utilizzata. Un peso elevato delle componenti straordinarie deve comunque portare ad una riflessione da un lato in merito alle politiche contabili adottate nel corso degli anno, e dall’altro alla caratteristica di scarsa ripetitività dell’attività tipica d’azienda.
REDDITO ANTE IMPOSTE
Viene calcolato col solo fine di evidenziare in modo separato l’incidenza della variabile fiscale; diventa un riferimento importante, qualora confrontato con il reddito operativo, per valutare il peso delle gestioni finanziarie, accessoria e straordinaria.
Imposte sul reddito
Tale voce accoglie le sole imposte sul reddito, la cui procedura di calcolo, implica il passaggio attraverso una ricostruzione del reddito assoggettato a tassazione. Tale voce deve inoltre contenere l’imposizione differita (attiva o passiva).
REDDITO NETTO
Benché attraverso la riclassificazione sia possibile evidenziare anche e altri importanti indicatori di redditività, rappresenta sempre il riferimento imprescindibile di un’analisi di bilancio a qualsiasi livello condotta. E’ nota al riguardo l’influenza delle politiche seguite nella stesura, e dei margini di discrezionalità che possono portare a valori anche sostanzialmente diversi per la stessa azienda a seconda dei principi che si intende seguire. Ciò nonostante il reddito netto è l’indicatore più immediatamente “osservato” dall’analista, che ricondurrà a questa voce anche eventuali elementi di costo imputati con finalità fiscali (si pensi a compensi per gli amministratori-proprietari in misura eccedente rispetto al loro contributo lavorativo).
2. Conto economico a valore della produzione e valore aggiunto
Attraverso tale riclassificazione è possibile evidenziare tre indicatori fondamentali relativi all’attività operativa, vale a dire:
il valore della produzione;
il valore aggiunto;
il margine operativo lordo.
Lo schema è il seguente:
CONTO ECONOMICO A VALORE DELLA PRODUZIONE E VALORE AGGIUNTO
Valore della produzione
+ Ricavi delle vendite e delle prestazioni (al netto delle relative rettifiche);
+ variazione del magazzino prodotti in corso di lavorazione, semilavorati eprodotti finiti;
+ variazione di lavori in corso su ordinazione
+ incrementi di immobilizzazioni per lavori interni;
– Acquisti di prodotti finiti destinati alla commercializzazione
– acquisti dell’esercizio
– variazione magazzino materie prime, sussidiarie di consumo e merci
– spese generali
= Valore aggiunto
– costo del personale
= margine operativo lordo (M.O.L.)
– Ammortamenti e accantonamenti
= Reddito operativo
+ o – risultato della gestione finanziaria
+ o – risultato della gestione accessoria
+ o – risultato della gestione straordinaria
= Reddito Ante Imposte
– Gestione fiscale
= Reddito Netto
Le singole categorie di voci sono composte, ricordando lo schema di cui all’at 2425 del codice civile, nel modo seguente:
Valore della produzione
E’ dato da:
+ +Ricavi delle vendite e delle prestazioni (al netto delle relative rettifiche);
+ +variazione del magazzino prodotti in corso di lavorazione, semilavorati eprodotti finiti;
+ +variazione di lavori in corso su ordinazione
+incrementi di immobilizzazioni per lavori interni;
– Acquisti di prodotti finiti destinati alla commercializzazione.
Tale valore è quindi calcolato in modo analogo a quanto esposto nello schema civilistico di conto economico, ad eccezione della voce relativa ad altri ricavi e proventi, che come sopra evidenziato finisce con il confluire nella gestione accessoria ed eventualmente in quella straordinaria ed inoltre della componente di acquisti di beni destinati direttamente alla commercializzazione (in pratica è necessario isolare, all’interno della voce relativa agli acquisti, questa componente, in modo che sia possibile portarla in diretta diminuzione del valore della produzione).
~ Il valore della produzione è di notevole importanza per l’impresa. Esso indica, meglio del fatturato, quanto essa ha lavorato e prodotto: in effetti il fatturato potrebbe essere artificiosamente elevato da una componente di mera “commercializzazione” di prodotti finiti (tipico caso dell’impresa che si trova talvolta a “trattare” partite di merce senza che le sia richiesto di intervenire nella trasformazione), ovvero contenuto in quei periodi in cui si è lavorato per il magazzino, sfruttando magari momenti favorevoli per quanto attiene l’approvvigionamento di materia prima e la successiva vendita sul mercato. Con ciò non si vuole sminuire l’enorme portata segnaletica ed informativa del fatturato, che rappresenta, unitamente al reddito, un elemento di grande attenzione da parte dell’analista: semplicemente si vuole ricordare che in certi casi tale contenuto informativo è notevolmente ridotto o addirittura fuorviante.
Ovviamente una produzione elevata in periodi di fatturato decrescente deve opportunamente destare l’attenzione dell’analista, chiamato a riconoscere i motivi sottostanti a tale situazione, che potrebbero ad esempio essere sintomatici di una chiara difficoltà dell’impresa sul mercato di sbocco delle merci (per cui la produzione “per il magazzino” è di fatto una produzione “forzata”) ovvero della capacità di sfruttare le già citate favorevoli condizioni di approvvigionamento. Il valore della produzione assume notevole e diverso significato a seconda del tipo di impresa oggetto di analisi.
Nelle imprese industriali la produzione è determinata in parte da beni venduti, valorizzati in base ai prezzi di vendita, e in altra parte da beni in giacenza e da costruzioni interne, valorizzati in base ai costi di produzione: si crea pertanto una commistione tra elementi espressi secondo diversi criteri di valorizzazione, e pertanto si avrà:
– una stima prudenziale del valore della produzione ogni volta che i processi produttivi hanno alimentato il magazzino di prodotti finiti
– una stima meno prudenziale qualora si sia proceduto allo smantellamento del magazzino esistente all’inizio del periodo, non procedendo ad una sua
Nelle imprese commerciali dove non si realizza un processo di trasformazione, la produzione corrisponde semplicemente alla differenza fra il fatturato e il costo delle merci vendute. In questo tipo di imprese il significato della produzione è assai elevato, rappresentando il primo importante margine di redditività.
Acquisti dell’esercizio
In questa voce sono accolti gli acquisti di materie prime, sussidiarie di consumo e merci (con evidente eccezione di quelle destinate alla commercializzazione), ad espressione dell’incidenza del costo della materia prima.
Variazione magazzino materie prime, sussidiarie di consumo e merci
Deve essere indicata la variazione del magazzino materie prime, sussidiarie di consumo e merci, necessaria affinché sia possibile, unitamente alla voce precedente relativa agli acquisti, valutare l’incidenza del costo della materia prima nel processo di trasformazione. In tale componente possono riscontrarsi vistosi fenomeni legati alla stagionali, nel caso in cui gli acquisti non possano essere adeguati con immediatezza alle esigenze del ciclo produttivo spese generali: accolgono tutti gli altri oneri della produzione, oltre all’acquisto della materia prima, sostenuti “all’esterno”, e quindi i costi per servizi, per godimento di beni di terzi e gli oneri diversi di gestione.
VALORE AGGIUNTO
L’impresa attraverso la propria capacità produttiva trasforma le materie prime e i materiali e servizi acquistati all’esterno in prodotti/servizi vendibili sul mercato o utilizzabili all’interno; la differenza tra il valore della produzione e i costi a tal fine sostenuti costituisce il valore che l’impresa aggiunge a detti prodotti e/o servizi, appunto definito valore aggiunto. La sua adeguatezza si misura nella capacità di remunerare i fattori produttivi seguenti, vale a dire in primis il lavoro incorporato nei prodotti, espresso dal costo del lavoro nella sua globalità, quello del capitale immobilizzato per il tramite degli ammortamenti, quello del capitale di terzi espresso dagli oneri finanziari e quello del capitale proprio attraverso il reddito netto.
Solitamente l’analisi del valore aggiunto diventa rilevante anche ai fini della valutazione del grado di integrazione verticale dell’impresa, perché è presumibile che ad elevati gradi di integrazione verticale si accompagnino elevati livelli di valore aggiunto (l’impresa integrata svolge all’interno la maggior parte della lavorazione, sfrattando il differenziale tra produzione e costi di approvvigionamento per fare fronte a notevoli costi del lavoro e ammortamenti; al contrario, un minor livello di valore aggiunto esprime in genere, a parità di altre condizioni, un minor grado di integrazione verticale, poiché l’impresa decide in questo caso di fare ricorso a produzioni esterne; tale scelta sarà evidentemente dettata dalla prospettiva di risparmiare, in termini di costo del lavoro e ammortamenti, quanto inevitabilmente si perde a livello di valore aggiunto), e pertanto tale indicatore diventa spesso di grande importanza anche ai fini della valutazione della politica industriale per l’impresa ovvero per il settore di appartenènza. Il valore aggiunto è elevato ogni volta che il margine sui costi di acquisto è elevato: l’analisi delle componenti successive permette di valutare se l’ampiezza di tale margine è dovuta ad un notevole ricorso al fattore lavoro o al fattore capitale, o non sia invece semplicemente sintomo della capacità dell’impresa di occupare spazi competitivi di grande interesse economico, ad esempio applicando forti maggiorazioni di prezzo grazie alla notorietà dei marchi disponibili.
Costo del lavoro
In questa voce vengono accolti tutti gli oneri relativi al costo del personale e quindi salari e stipendi, oneri sociali, trattamento di fine rapporto, trattamento di quiescenza e simili e gli altri costi; si noti che gli accantonamenti al fondo TFR vengono qui inseriti benché nello schema sia evidenziata la voce ammortamenti e accantonamenti in modo separato; ciò è dovuto alla necessità di evidenziare il costo del lavoro nel suo valore complessivo, a prescindere dalla monetarietà immediata ovvero differita degli oneri relativi.
MARGINE OPERATIVO LORDO
da un punto di vista economico esso esprime la redditività dell’impresa a prescindere dagli ammortamenti e accantonamenti effettuati, sulla cui definizione possono essere di forte impatto sulle scelte adottate in sede di stesura del bilancio d’esercizio (a questo riguardo va segnalato che in molti casi si sostiene che gli accantonamenti dovrebbero essere imputati prima del MOL, che quindi sarebbe espressione del reddito operativo al lordo dei soli ammortamenti; in questa sede, per i motivi che sarà facile individuare di seguito, si ritiene più utile operare compatendo le voci relative ad ammortamenti e accantonamenti).
Il MOL ha però anche un importante significato dal punto di vista finanziario, ed è definibile come un “quasi” flusso di cassa. Esso infatti esprime la differenza tra i ricavi e i costi operativi in gran parte di natura monetaria, anche se la reale consistenza monetaria del MOL finisce con l’essere pesantemente influenzata dalle politiche di incasso-pagamento e gestione delle scorte adottate (che determinano il naturale sfasamento tra cosi di acquisto e pagamenti da un lato e i ricavi di vendita e incassi dall’altro) nonché dalla presenza di componenti non monetarie, quali ad esempio gli accantonamenti al TFR o gli incrementi di immobilizzazioni per lavori interni. Ovviamente poi, la “distanza” tra il MOL e il reale flusso monetario complessivo sarà tanto maggiore quanto più intensi sono stati gli altri interventi di investimento/disinvestimento e raccolta e rimborso di capitale e, in genere, tutte le scelte di natura extra-operativa.
Ammortamenti e accantonamenti
Vengono inserite le voci relative a ammortamenti e svalutazioni (e quindi anche le svalutazioni dei crediti compresi nell’attivo circolante e delle disponibilità liquide), gli accantonamenti per rischi e gli altri accantonamenti. Si tratta di voci sulle quali l’influenza delle politiche di bilancia è spesso marcata: ciò giustifica ulteriormente l’individuazione di un indicatore di redditività operativa, il MOL appunto, che ne prescinde completamente.
E’ opportuno sottolineare alcuni tratti caratteristici degli ammortamenti:
– essendo computati sui valori storici d’acquisto la dinamica monetaria ne svilisce progressivamente il valore;
– sebbene un bene sia stato completamente ammortizzato può comunque mantenere una sua utilità e partecipare al processo produttivo pur senza essere più ammortizzato nel conto economico;
– benché siano stati elaborati molteplici criteri per il calcolo delle quote di ammortamento, non esiste un metodo che sia oggettivamente esatto; ne consegue che nel calcolo degli ammortamenti entra sempre una grossa componente di discrezionalità;
– il valore degli ammortamenti dovrebbe riflettere da un lato la perdita di valore subita dalle immobilizzazioni per effetto dei processi congiunti di obsolescenza e senescenza, dall’altro la possibilità di ricostruire la capacità finanziaria per fare fronte ai nuovi investimenti; in realtà, il valore iscritto in bilancia riprende spesso semplicemente quanto definito e ammesso dalla normativa fiscale (e questo svilisce ulteriormente l’analisi portandola a semplificazioni talvolta fuorvianti).
Per quanto attiene i valori di reddito operativo, gestione finanziaria, accessoria, straordinaria e delle imposte sul reddito valgono le considerazioni sviluppate in precedenza riguardo l’altro modello di riclassificazione.
3. Conto economico a ricavi netti e margine di contribuzione
Si tratta di una riclassificazione che mette in evidenza la convenienza alla produzione dell’impresa di fronte alle tipiche scelte in relazione all’opportunità o meno di proseguire alla produzione. Isolando infatti i costi fissi si cerca di valutare la copertura dei ricavi rispetto ai costi variabili, che come è noto rappresenta la prima soglia di convenienza allo sviluppo dell’attività produttiva (in altri termini, se il prezzo di vendita del prodotto supera l’incidenza dei costi variabili esiste comunque una convenienza alla produzione).
Il presupposto fondamentale per procedere nella riclassificazione è che vi sia una contabilità che consenta di separare i costi fissi da quelli variabili, dove per costi fissi si intendono tutti quei costi la cui variazione non è correlata direttamente (non esistono infatti costi fissi in assoluto, ma solo costi “fissi per intervalli di produzione”) al variare dei volumi di produzione e vendita realizzati e per costi variabili quelli la cui entità dipende dalla variazione intervenuta nei volumi di produzione e vendita.
CONTO ECONOMICO A RICAVI NETTI E MARGINE DI CONTRIBUZIONE
+ Ricavi di Vendita
– Costi variabili
= Margine di Contribuzione
– Costi fissi specifici
= Margine di Contribuzione
– Costi comuni aziendali
= Reddito operativo
+o – risultato della gestione finanziaria
+o – risultato della gestione accessoria
+o – risultato della gestione straordinaria
= Reddito Ante Imposte
– Gestione fiscale
= Reddito Netto
Non è possibile, con riguardo a questo schema, fornire indicazioni puntuali in merito all’imputazione delle voci: essa dipende infatti dalla natura degli oneri dell’impresa, e dalla distinzione operata tra costi variabili (tipicamente gli acquisti di materie) costi fissi specifici (oneri direttamente imputabili ad un determinato ciclo produttivo, come ad esempio il costo del lavoro, sempre che nel contesto aziendale assuma natura di costo fisso, per il personale direttamente coinvolto in una specifica produzione) e i costi comuni aziendali (tipicamente le spese generali, il cui sostenimento non è direttamente imputabile alle singole categorie di prodotto).